'Avrà forse sapore di noi
il cosmico spazio
in cui ci dissolviamo?'
R.M.Rilke


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  giovedì, 09 ottobre 2008
chameleon • 16:33


Vado dalla Maga e le do la mano affinchè ne scruti il palmo e mi dica dell'amore. Lei all'inizio è gentile poi concentrata e sembra che veda tante cose come musica Avion Travel curvature spaziali che formano giacigli e occhi rossi anzi bordeaux ma alla fine dice solo: 'Cannella' e si passa la lingua sulle labbra. Credo che sia un po' invidiosa comunque intanto resto con questo sapore in bocca e troppa voglia di assaggiarlo. Forse da vecchia farò la Maga, non so.






  venerdì, 26 settembre 2008
chameleon • 13:52


The new

Quando ancora vivevano distanti e i treni erano allegria e adrenalina pura scorreva all'imminenza di ogni nuovo incontro, lei ascoltava per buona parte del viaggio, volta dopo volta, sempre la medesima canzone. Se avesse tenuto aperti gli occhi, invece di serrarli aggrottando le sopracciglia (concentrata nel suo rituale, non badava a nessuno), si sarebbe accorta del disappunto negli sguardi degli occasionali compagni di viaggio: con le labbra disegnava mute parole, alle quali era più che mai devota. "One day we'll live together and life will be better..."
Adesso vivevano insieme. La stessa città (quella delle fantasie e delle speranze, dei sogni e del Futuro), lo stesso appartamento. Una scelta fatta quasi senza parlare: era stato il desiderio a guidarli lì, a condividere il letto e il caffè del mattino. Il desiderio, la necessità semplicissima di una vicinanza appagante. E tuttavia. La smania che aveva di raggiungerlo, quella sera, era qualcosa che non si ripeteva dai tempi delle lontananze, era la mancanza che si ribellava alla routine e pretendeva d'esser colmata con abbracci voraci (quelli che incastrano ogni ansito e lo soffocano nella morsa delle voglie appassionate).
Il traffico, però, non assecondava l'urgenza del bisogno. Impaziente, lei si dimenava al volante; incredula -solo un attimo dopo- si guardava nello specchietto retrovisore e non capiva come mai fosse ancora sola; esasperata, chiedeva infine aiuto allo stereo e poi s'immobilizzava, riconoscendo immediatamente le note sulle quali istintivamente canticchiò:
"one day we'll live together and life will be better..."
Lui avrebbe sicuramente ammiccato, soddisfatto della coincidenza. Lui avrebbe approfittato della gonna del tailleur e delle autoreggenti per arrivare indisturbato fino agli slip, e lì picchiettare e sollecitare e impertinente pretendere un'umidità che desse via libera oltre l'ultima madida barriera d'indumenti.
Fece ciò che avrebbe fatto lui; e mentre sentiva i capezzoli tendersi e il corpo avvampare, mentre le luci intorno divenivano sfocate e i suoi sensi ovattati, le parve di vederlo sorridere: approvava, divertito, promettendo complicità e nuovi giochi.
A casa lui non c'era ancora. Gli lasciò le mutandine bagnate sulla poltrona all'ingresso ed entrò nella doccia.

(Ti spio mentre mi spii, Alieno.
E un indizio perchè tu possa raggiungermi presto nel Paese Delle Meraviglie: seta nera.)






  martedì, 08 luglio 2008
chameleon • 13:40


Just so tired of being me

In paese c'è una vecchia senza nome. Il tempo gliel'ha rubato, cancellando la sua identità con un passato troppo remoto. Ma, per la gente, una vecchia senza nome è una vecchia senza volto: una figura, cioè, mai riconoscibile. I ragazzini hanno paura, paura hanno le madri e gli uomini s'inventano per tranquillità macchinosi riti scaramantici e nomignoli poco fantasiosi: la vecchia è chiamata in tanti modi, ma io non ne ricordo nemmeno uno.
La vedo, a volte, trascinarsi fino alla chiesa. E' l'unica vecchia che non abbia un vestito a fiori. Veste drappi ampi, informi: cos'altro vuol celare? Gli amanti non si contano con le rughe. (O forse si?!) Del resto, dubito che qualcuno le sia sopravvissuto. Io soltanto mi soffermo fino ad indovinare, sotto la meticolosa astuzia dell'abbigliamento, spalle curve e caviglie gonfie. E resta sulla soglia della chiesa, la vecchia, metà dentro e metà fuori. Le braccia inerti lungo i fianchi, lo sguardo perennemente fisso avanti. Non si concede la grazia e la grazia a sua volta non concede: gli altri, all'interno, si agitano sulle panche e si voltano inquieti a guardare indietro. Oggi lei è venuta, non c'è pace.
Pare che la vecchia se ne renda conto: magari è suggestione, ma m'è sembrato vederla stringersi impercettibilmente nelle spalle. E l'espressione assorta che le aggrotta l'alta fronte e le increspa le labbra sottilissime, me la fa immaginare intenta a riscattare le sue proprie torture con la tortura che all'altrui animo ella elargisce, semplicemente aggirandosi per il paese e soffermandosi a volte lì, ai margini della chiesa, come a temporeggiare presso il confine tra salvezza e dannazione.
Una volta sola ho incrociato lo sguardo della vecchia. E allora solamente, dopo tanto tempo passato a studiarla, l'ho notato: è strabica. Mentre un'iride vitrea resta cristallizzata e fissa (cieca, irrimediabilmente cieca), l'altra guizza sbilenca nell'orbita gemella, e ruotando indaga. E' nera, scura come le profondità della pece.
Ad ogni battito di ciglia, la vecchia piange da quell'occhio una lacrima di sangue.






  giovedì, 12 giugno 2008
chameleon • 23:28


Quanti anni hai

Quanti anni ha la seduzione?
Ha il tempo d'un occhiolino divertito dietro lenti scure.
Quanti anni ha un treno?
Ha il tempo della dedica in un libro acquistato alla stazione.
Quanti anni ha un sorriso?
Ha il tempo dell'incredulità.
Quanti anni ha il desiderio?
Ha il tempo di un bacio e ancora labbra.
Quanti anni ha il piacere?
Ha il tempo di uno spasmo ed un graffio sulla schiena.
Quanti anni ha la pelle?
Ha il tempo di un marchio violaceo e di una traccia d'inchiostro.
Quanti anni ha un respiro?
Ha il tempo dell'odore sotto i vestiti e sopra le lenzuola.
Quanti anni ha la notte?
Ha il tempo dell'insonnia e della spiaggia silenziosa.
Quanti anni ha la complicità?
Ha il tempo d'uno sguardo e di un sussurro.

Quanti anni ha la follia?
Ha il tempo di un Gioco.

Quanti anni ha la felicità?
Ha il tempo che hai per me e che ho per te.






  domenica, 04 maggio 2008
chameleon • 23:31


Where you are

Fuori
L'inerzia di un tepore che fa dell'intrico di rami la sua dimora sonnolenta, e tutto assopisce e tutto immobilizza. Immoto ogni fiore. Sospeso nell'eternità di un pomeriggio estivo, imbevuto (saturo) di una sequenza di istanti uguali, che si susseguono all'infinito. La natura rigogliosa che procede dal ripetersi d'un'armonia sempre identica. La cornice assolata di tante e tante infanzie: bolle di sapone e risate non mancheranno mai. Qui è dove si nasce, qui è la primordiale riserva di luce. L'eden da cui ci si congeda per necessità, e al quale si ritorna soltanto per finire -nella continuità pacifica e calda del giardino perenne-.

Dentro
Il ticchettio sommesso d'una vecchia sveglia: una chioccia (tic) e il suo pulcino (tac) beccano a turno la manciata di grano. L'ampiezza di stanze traboccanti di gesti ed odori. Ogni gesto, un rito diligentemente perpetrato. Ogni odore, il racconto della sovrapposizione delle abitudini (cucina, bucato, piccoli vizi e vezzi). La penombra assorta e silenziosa dell'attesa. Del fuori, ovviamente.


Altrove
L'elemento discordante. La nota stonata, il tratto di discontinuità, il coagulo d'imprevisto. E' lei. Lei, al confine tra dentro e fuori (Perchè entrare, se il tepore ammalia? Perchè uscire, se la penombra rassicura?). Lei, allo specchio.
Quanti mondi sbirci, giovane donna, mentre osservi -di volta in volta- il riflesso della tua nudità? Quante volte moltiplichi la tua immagine? Plasmandola sul capriccio d'un'intuizione, cancellandola per gioco, scovandole una sorella per rinnovato capriccio.
Una nuova sbirciata, adesso.
(Una un po' più accurata delle altre.)
Cosa vedi?
Il tuo corpo, si.
(Sembra un po' più leggero del solito.)
E poi? Le labbra, schiuse, mancano della naturale simmetria. Un gonfiore, turgido e violaceo, è spuntato proprio lì. A metà del labbro inferiore. Lo trovi incredibilmente sensuale: t'inarchi, soddisfatta. E il gesto rivela pure -più sotto, sul collo- lo spruzzo livido che tanto ti ricorda gli sbuffi del camino sul finire del tramonto. (Speri che tardi a diradarsi: è 'così romantico'.) Allegra, poi, percorri le minuscole chiazze di rosso sulle braccia e sulle gambe: sono le tappe che conducono a quella definitiva, sul ventre. Una voglia forse. O forse un marchio. Sorridi. Trionfante. (Dimmi, giovane donna, perchè inorgoglisci? E' con fierezza che, ora, le tue dita sfiorano quel cerchio perfetto e scuro, poco più in basso dell'ombelico e appena spostato sulla destra?) Indugi. Ti piace troppo, questo Altrove. Sorridi, ancora, allo specchio. Ma non sei più tu; è solo la Voglia, il Marchio, il Simbolo. La croce sul tesoro. Chiudi gli occhi, ti soffermi, lo memorizzi: servirà per ritrovare la via. Perchè, ormai, sai che è quello, l'Altrove a cui far ritorno. Ancora, ancora. Ancora.
(Sempre?)






  lunedì, 18 febbraio 2008
chameleon • 20:07


Ehi, tu. Principe Azzurro.
Lo so che sei lì, so che stai leggendo.
E sai che ti dico?
Vaffanculo, io mio faccio tuo fratello.






  domenica, 03 febbraio 2008
chameleon • 13:16


Totò

Dicono di me che comincio a carburare solamente in serata, mentre durante il giorno sembro più che altro un automa. Ed, in effetti, quando raggiungemmo il pub celtico avevo ormai necessità di rimettermi al mondo: ordinai un primo Negroni. La prassi è questa: il primo sorso scioglie gli arti aggranchiti, il secondo porta via uno strato di vestiti; al terzo, comincio a sorridere. Un sorriso, mi piace credere, molto simile a quello del mio zio pugliese: con una moglie dai seni immensi, a settant'anni è senza dubbio l'uomo più felice del mondo. Ebbene, al secondo Negroni prendevo anche io ad entusiasmarmi.
Per tutto il pomeriggio, mentre armeggiavo con un joystick spintomi a forza tra le mani, avevo avuto un'unica certezza: lo scorrazzare indiscreto d'un paio d'occhi sulla mia nuca. Voltarmi mi era parso superfluo. E tuttavia, quando il livello del mio cocktail era già calato oltre i cubetti di ghiaccio lasciandomi vagamente contrariato, non facevo che domandarmi se colei che mi sedeva di fronte fosse la stessa che s'era studiata, fino a poco prima, l'intera base del mio collo. E' vero, mentre raccontava al nostro gruppetto circa alcuni improbabili personaggi (ma appariva ella stessa come un improbabile personaggio, per cui i suoi aneddoti risultavano assolutamente verosimili), occhieggiava talvolta in modo piuttosto sfacciato; eppure, distoglieva poi lo sguardo troppo in fretta.
'Seguimi', ho sospettato che fosse il messaggio. Ma non avevo ancora digerito i Negroni: mi ci voleva un amaro. Così, ci dirigemmo altrove.
'Ehi, la mia amica vorrebbe una sigaretta'.
Tre adolescenti di passaggio. Porsi il pacchetto, valutando brevemente ognuna: erano sorprendentemente uguali. Mi figurai nei panni d'un presentatore di talk show, mentre chiedevo ad una quantità di ragazzine: 'Signorina, qual è ora come ora la sua maggiore aspirazione?'. 'Perdere la verginità!', esclamavano tutte, l'una dopo l'altra, esibendosi in sorrisi smaglianti con doppia farcitura al lucidalabbra. La mia giovanissima interlocutrice, intanto, s'impossessava della sigaretta per l'amica. Aspettai che la tenesse tra le dita, e poi le dissi:
'Solo se mi dai un bacio'.
Mi guardò scandalizzata e compiaciuta (le altre due, ovviamente, andavano sperando che nella compagna il pudore vincesse il compiacimento: l'invidia è risaputamente un sentimento scomodo, soprattutto di sabato sera).
'E se non volessi?', azzardò.
Seppi così che aveva già scelto. E, con tutta probabilità, sorrisi d'indulgenza alle sue amiche, perchè poi mi guardarono male.
'Dovresti restituirmi la sigaretta', risposi gongolante.
Il bacio, puntuale, arrivò. Intanto, il mio gruppetto m'aveva distanziato, fermandosi soltanto svariati mentri più avanti.
'Spero che tu tenga almeno le crocette': la ragazza dagli sguardi indiscreti era rimasta nei paraggi ad assistere alla mia performance con le adolescenti.
'Crocette?'. Ero, per una volta, interdetto.
'Sì. Per non perdere il conto dei baci, sai.'
Fu necessario sbuffarle in fumo in volto, ripetutamente, mentre mi lanciavo in un'appassionata spiegazione delle ragioni e dei modi di godersi la vita finchè lo si può fare. C'è da dirlo: sorrise e mi assecondò per tutto il tempo. Anche se in realtà non ascoltava. Come biasimarla? Del resto, nemmeno io mi ascoltavo: eravamo entrambi troppo impegnati a cercare. A cercare la congruenza sospettata, ad afferrarla ed esprimerla. Occhi e labbra, labbra ed occhi: ormai le sussurravo a pochi millimetri dal viso. E lei, lei si lasciava docilmente avvolgere dalla nuvoletta del mio fumo.
Mi rassicurava, a patto che la rassicurassi. Restava vicina, a patto che restassi vicino. Sorrideva, a patto che promettessi. Di accompagnarla fino a notte inoltrata. Questo era tutto ciò che i nostri corpi patteggiavano, mentre io blateravo tessendo intorno a noi il velo discreto della convenienza. Lo specchietto che sviò le allodole, allorchè vennero a incalzarci:
'Allora, sbrigatevi, andiamo?!'
Ma sono salito nell'auto sbagliata, sono salito nell'auto sbagliata.
E la mia Congruenza, dall'auto avanti, si voltava spesso ad indicare giocosa il cappellino che poco prima m'aveva calcato in testa. Una vera e propria rete di lana, da indossare sbilenca sul capo. 'Ora sei uno dei Bravi di Don Rodrigo!', aveva esclamato. E l'idea, chissà perchè, mi garbava. Mi garbava a tal punto che tenni il suo cappellino finchè durò la notte. Lo tenni quando, balzato dalla macchina imbottigliata nel traffico, corsi ad aprire la portiera di quella dove viaggiava lei e a baciarle la bocca (i due Negroni, suppongo, erano alibi sufficiente a permettermelo). Lo tenni pure mentre sorseggiavo il mio amaro, e la spiavo pettinarsi nella toilette delle signore.
Poi, tutto è diventato troppo prossimo all'alba.
L'autostrada disgiunge tanto velocemente quanto congiunge. In tasca m'è rimasta la reticella di lana. E sulla mia scatola di cereali, quella che m'ero scelta come compagna di viaggio sul sedile posteriore, ho trovato una grafia frenetica:


'SoRpReSa!'


Più sotto, una citazione:

'I don't wanna be in a world of sad and loneliness
I don't wanna be the fool of all the emptiness
I don't wanna be a shadow in the rain...
...an ordinary man.'


E, infine:


'YOU'RE NOT AN ORDINARY MAN!'


Ci sono cose che vengono e trascorrono troppo in fretta. Ma stanotte ho trovato la mia congruenza, ho sorriso, ho trionfato. E, a questo punto, non importa se stasera dovrò di nuovo mettermi al mondo col consueto Negroni.

 

Interpretare, lo so, banalizza e distorce. Ma dovevo renderti immortale.






  mercoledì, 03 ottobre 2007
chameleon • 21:57


Autumn

E sfuma già la calda assuefazione al sole, sostituita dalla malinconia del dubbio. Sistematica, inesorabile, come le stagioni che si scacciano l'un l'altra, come l'autunno che si risveglia in me e, stavolta, precede la caduta delle foglie.
L'eccesso di lucidità è follia: ho i sensi a farmi da radar febbrile, acuto captatore di ogni minima corrente d'incertezza, addensante d'una realtà solidamente precaria, così...nitida, nella sua desolazione.
Ballare sotto la pioggia non mi rende ilare, e lontana dal mare non so che boccheggiare.
Mi avvio alla lenta inerzia dell'attesa, del ristagno, con gli occhi spalancati alla ricerca dell'improbabile alternativa all'opaco, con l'istinto in rivolta, con la pelle non ancora appagata di nudità. Nudità a sguazzare nel vento e nella luce, quella che resta blu nel cielo fino a tarda sera e trova seguito negli astri.






  venerdì, 11 maggio 2007
chameleon • 10:22


Robin

Il dio del mare viveva in una piccola baia: i fondi oceanici lo facevano sentire troppo esposto, e gli impatti delle grandi correnti lo confondevano oltremodo.
Da tempo ormai aveva perso interesse per le curiose varietà di pesci, il sinuoso ondeggiare dell'alghe e tutte le oscure profondità marine: rintanato nella quieta, tiepida fluidità della baia, usava godersi il filtrare della luce del sole oltre il primissimo velo d'acqua.
Era un giorno prima dell'estate, ed il tramonto s'apprestava facendo serpeggiare prigramente i suoi colori lungo la linea dell'orizzonte.
Il dio, mollemente disteso sulle ondicelle languide che lambivano la riva, indugiava capriccioso nella scelta di tinte da passeggiata. Quando finalmente si fu risolto, vestiva una pelle dorata come la sabbia, mentre i capelli erano del più acceso dei rossi: ancora una volta, aveva mascherato la sua trasparenza azzurrognola con colori rubati alla terra e al sole.
Dopo un silenzioso cammino avanti, indietro ed ancora avanti lungo la spiaggia della baia, il dio del mare si fermò ad osservare una delle proprie impronte. Adagiato all'interno, un pettirosso ne frastagliava vivacemente la perfezione dei contorni col minuto becco.
Il dio del mare si chinò, posando sul capo del pettirosso un'umida carezza.
Con una folata, in quel momento, sopraggiunse il dio del vento: egli amava scortare i voli del pettirosso sfiorando le sue tenere ali con soffi delicati. Temendo che quelle ali il dio del mare sbiadisse con la sua perenne cupidigia di colori, addensò sulla baia spesse nubi: in breve le onde si gonfiarono, richiamando a sè la propria divinità. Ancora, vivace, il pettirosso andava becchettando l'orma nella sabbia soffice.
Scorse una manciata di secondi, ed il dio del tempo venne ad allontanare il dio del vento e le sue nubi: unico, voleva godere della grazia e del cinguettio cristallino del pettirosso.
Lo corteggiò con uno sfavillante scorrere di granelli dorati di sabbia, e ammalianti sussurri. L'uccellino proseguì imperterrito il suo gioco con l'impronta, fin quando nel cielo si levò la luna ed anche il dio del tempo s'assopì, col mondo, sotto quel pallido bagliore.
Allora,  drizzata la testolina e guardatosi brevemente intorno, il pettirosso spiccò il volo. Poco dopo, si posava sul davanzale d'una finestra aperta, sbirciando all'interno. C'era un bamabino che, respirando ritmicamente nel sonno, scuoteva lievemente una cascata di riccioli bruni.
Fu sul suo cuscino che s'addormentò infine il pettirosso, sparpagliando intorno piume, e sabbia.






  venerdì, 23 marzo 2007
chameleon • 17:06


Backdrifts

La donna sembra ormai l'ennesimo accessorio estetico del ponte. Figura slanciata entro un lungo cappotto nero, e nera chioma: viene inevitabilmente immortalata nella foto di ogni turista di passaggio che, con uno scatto distratto, s'appropria dell'immagine d'acque turbolente, sotto quel ponte ideato completamente di ferro, mentre frettolosamente s'avvia alla volta del proprio albergo, fuggendo la minaccia del temporale.
Poco a poco, il viavai cessa; rimane solo un grigio sempre più cupo. Le gocce provenienti dal cielo paiono ampolle panciute che s'infrangono al suolo, o annegano nella fluidità ribollente del fiume.
La donna, immobile sotto la pioggia ed un cappotto ormai pesante d'acqua, tiene le mani posate sul parapetto del ponte. Fissa l'inquietudine dei gorghi, svariati metri più in basso. L'umidità penetra ogni poro, il gelo le anestetizza poco a poco il viso, e tutte le dita. Ella si volta, poggiando la schiena alla balaustra, poi torna parte integrante del ponte, docile camaleonte.
Chi nei bar vicini sorseggia cioccolata calda, vede un temerario avviarsi sotto la pioggia, con una lentezza incomprensibile data la mancanza di qualsiasi genere di riparo lungo le vie parallele al fiume. L'uomo, dal lungo cappotto scuro, sparisce nel banco di nebbia che ha ingurgitato il ponte.
Cambiando nuovamente prospettiva, si può scorgere quel cappotto scuro che, contornato di nebbia, procede verso il centro del ponte, ove immoto v'è un altro cappotto nero, poggiato alla balaustra: l'uomo aderisce alla donna, la donna dai capelli corvini e bagnati.
A questo punto, il grigio fa da impenetrabile sipario alle mani dell'uomo, che si fermano saldamente sui fianchi di lei, alle sue labbra che le si posano sul piccolo, bianco naso.
La pioggia è quasi cessata, il fiume ha ottenuto dalle nubi incremento alla propria linfa. La nebbia si dirada e c'è una donna, sola, di nuovo voltata ad osservare i flutti.
La punta del suo naso è più calda e rosea del resto del volto, pallido di freddo. Chiude gli occhi, lei, finchè resta il tepore d'un paio di labbra e l'immagine dell'altro, lungo, cappotto scuro.
Poi si sporge, ed oltre il parapetto trova finalmente fine il freddo gelido, tra lingue di rosso e arancione, e abbandono a un liquido oblio.